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Tutta smart la città: il report di Capgemini

Entro il 2050 i due terzi della popolazione mondiale vivranno in centri urbani, per i quali si auspica una congrua crescita sotto il profilo della digitalizzazione. Il Capgemini Research Institute ha fotografato in un report le aspettative dei futuri cittadini, le risorse attualmente a disposizione, la fattibilità del processo innovativo troppo spesso a rischio d’interrompersi per l’inadeguatezza dei finanziamenti.

Secondo il dossier dell’Onu “World Urbanization Prospects” 2018, entro il 2050 i due terzi della popolazione mondiale vivranno in contesti urbani: fa da traino al nuovo trend l’India, con Delhi che a partire dal 2028 sarà la metropoli più abitata al mondo, seguita da Cina e Nigeria. Alle attuali 33 megalopoli si aggiungeranno una decina di città, con oltre 10 milioni di abitanti.

La progressiva urbanizzazione, per John Wilmoth, direttore della divisione “popolazione” dell’Onu, potrebbe rivelarsi vantaggiosa, poiché “la crescente concentrazione di persone nelle città permette di fornire servizi agli abitanti di uno Stato in maniera più economica, mentre chi vive in città, rispetto a chi vive in zone rurali, accede più agevolmente all’assistenza sanitaria e all’istruzione”.

I cittadini del futuro e la Digital Transformation

In quale misura, però, si può realisticamente pensare che le aspettative dei cittadini riguardo a una qualità di vita superiore trovino soddisfazione? Il Capgemini Research Institute, leader mondiale nei servizi di consulenza, engineering e tecnologia in ambito di Digital Transformation, ha “fotografato” la realtà attuale, andando a intervistare in 10 diversi Paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Italia, Spagna, Svezia, India e Singapore) oltre 10mila cittadini e 310 funzionari comunali di 58 città.

Ne è nato un report, intitolato “Street Smart: Putting the citizen at the center of smart city initiatives”, che fa autorevolmente il punto proprio sui servizi. Ne indaga la qualità e l’accessibilità, che passano naturalmente sempre di più attraverso la tecnologia. Offre elementi a chi si sforza di capire quanto si possano definire Smart quelle città che si configurano ormai come il più frequente scenario di vita per la maggior parte delle persone.

Le aspettative dei cittadini appaiono mature. Più di un terzo degli intervistati (36%), infatti, non esiterebbe a pagare di più per vivere una migliore esperienza urbana, collocabile in una Smart City, ritenuta sostenibile e pertanto in grado di garantire l’erogazione di servizi di qualità superiore (58%). Ma, al di là delle opinioni, nei fatti si arranca: circa il 40% dei residenti manifestano un sentimento di delusione per i mancati avanzamenti in ambito digitale della città in cui vivono.

“La percezione e lo status delle Smart City sono diventati un importante fattore di differenziazione per i cittadini – ha osservato Domenico Leone, Public Sector Director di Capgemini in Italia. Del resto, ha aggiunto, “i cittadini sono la risorsa più “smart” di cui dispone una città e devono quindi essere messi al centro delle iniziative in ambito Smart City. È necessario garantire che la tecnologia dia alle persone l’esperienza e la qualità di vita che desiderano e di cui hanno bisogno”.

La percentuale dei soggetti interessati a risiedere in una città “intelligente” s’impenna tra gli intervistati più giovani e più abbienti: il 44% per i millennial, il 41% per gli appartenenti alla Generazione Z e il 43% tra coloro il cui reddito annuo supera gli 80mila dollari. Di fatto, chi accede a servizi in ambito Smart City apprezza la più elevata qualità di vita: il 73%, ad esempio, si dice più soddisfatto circa fattori legati alla salute, come la qualità dell’aria.

Nascita di una Smart City tra conquiste e ostacoli

D’altra parte, soltanto un funzionario comunale su dieci stima che la propria città si trovi in una fase avanzata del processo di conversione in Smart City, mentre meno di un quarto (22%) è già operativo nella sfida dell’implementazione dei servizi digitali, in particolare in termini di dati e di finanziamenti. Un approccio snello all’adozione delle tecnologie favorirebbe chi, per esempio, intenda servirsene per contrastare l’inquinamento: ma il 42% dei funzionari comunali denuncia ritardi, negli ultimi tre anni, nell’implementazione delle iniziative di sostenibilità.

Durante l’emergenza causata da Covid-19, non sono mancate significative esperienze di impiego di risorse tecnologiche. In qualche aeroporto italiano, il controllo simultaneo su più passeggeri è stato effettuato con caschi intelligenti con realtà aumentata e scanner termici. In India, nel command center della città di Bangalore è stata attivata una “war room” per seguire i pazienti ed elaborare piani di contenimento con le heat map. Il 68% dei funzionari comunali, riferisce il report, ha testato l’efficacia di app che collegano gli utenti alle strutture sanitarie o ne permettono l’accudimento da remoto.

Se alcune delle tradizionali problematiche delle città, come trasporto pubblico e sicurezza, possono essere risolte dalle Smart City, altre sfide rilevanti restano in sospeso. Basta pensare all’impiego dei dati: a un 54% dei cittadini persuaso della validità dei servizi offerti dalle BigTech si contrappone un pesante 63%, restio a rinunciare alla privacy dei propri dati personali. Per non parlare del fatto che le sfide si vincono implementando la tecnologia e la tecnologia si implementa con i finanziamenti.

Circa il 70% dei funzionari comunali dichiara che raccogliere finanziamenti per la transizione verso la Smart City è un’impresa ardua, date le difficoltà a costruire e mantenere efficienti le piattaforme digitali. Cominciare con “iniziative di piccole dimensioni, che possono essere testate prima dell’implementazione su larga scala, garantendo visibilità e fattibilità ai finanziamenti” è il suggerimento di Matthias Wieckmann, Head of Digital Strategy, città di Amburgo, “a garanzia di un percorso di innovazione più rapido e meno accidentato”.

Se gli stakeholders collaborano, l’innovazione accelera

Se è vero che le iniziative smart – ambite dai cittadini del futuro – incrementano la resilienza in sfide come una pandemia, è altrettanto vero che le tecnologie innovative, e i fondi per progettarle e implementarle, non bastano per raggiungere l’obiettivo. “Una Smart City sostenibile – recita la definizione della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite – è una città innovativa che utilizza le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e altri mezzi per migliorare la qualità della vita, l’efficienza dei servizi e la competitività, soddisfacendo al contempo esigenze delle generazioni presenti e future per quanto riguarda gli aspetti economici, sociali, culturali e ambientali”.

La condizione imprescindibile per un futuro smart, soprattutto nei contesti urbani a cui tutti siamo destinati secondo l’Onu, deve essere posta in atto dalle persone: ed è la collaborazione tra tutti i funzionari comunali, i cittadini e terze parti come startup, istituti accademici o fondi di venture capital. Dovrà necessariamente esser posta a fondamento di successive azioni, articolate in processo per il quale si possono immaginare tre fasi:

  • la creazione di una vision in tema Smart City basata su sostenibilità e resilienza;
  • l’unione dell’attitudine imprenditoriale a quella della tutela dei dati, a salvaguardia della fiducia dei cittadini;
  • la costruzione di una cultura dell’innovazione e della collaborazione con cittadini ed enti esterni.

Quando tutti gli stakeholder opereranno in sinergia con l’ambiente dei dati, daranno vita a una città modellata sui criteri della sostenibilità e della protezione dei dati. Per concludere con le parole di Domenico Leone, “attraverso un processo di conversione in Smart City, le città eviteranno che i loro abitanti si trasferiscano, migliorando quindi il proprio percorso di digitalizzazione e beneficiando della disponibilità dei cittadini a investire nella città in cui abitano”.


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