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Digital-first, e la moda va

Paralizzato in pandemia, asfissiato da logiche anacronistiche, dribblato da clienti ominicanale, sempre più smart in tema di acquisti e consegne, il settore Moda si interroga sull’opportunità di cambiare passo. Arrivare alla concezione di una supply chain agile e interconnessa sembrerebbe un buon presupposto per mantenere il tradizionale ruolo di eccellenza italiana

Con un giro d’affari complessivo di 90,237 miliardi di euro nel 2019, il settore Moda rappresenta uno dei punti forti del Made in Italy. Sul comparto incidono significativamente: il business generato verso i Paesi Asiatici (Cina soprattutto, Corea e Giappone a seguire) e il rampante trend della domanda da parte di Paesi extra Ue.

I dati presentati a inizio anno dalla Camera Nazionale della Moda parlano di una crescita dello 0,8% sull’anno precedente, quando il solo segmento del lusso appariva promettente – e ristrettamente ad alcune geografie. I dati raccontano di un settore combattivo, in cui nonostante le difficoltà capillarmente diffuse della pandemia scatenata da Covid-19 sono emersi grossi player capaci di far nascere e gestire enormi giri d’affari.

Secondo le società di analisi e ricerca, la ragione del successo globale dei protagonisti del mercato del fashion retail sta nell’aver saputo calare per tempo la carta vincente dell’innovazione: si sono attrezzati per far fronte a sfide globali nel segno della digitalizzazione, attivando supply chain da lineari fino a interconnesse, abilitate dalle tecnologie digitali.

Sotto il profilo della produzione, sotto quello delle vendite, come del resto sotto quello degli eventi e dell’indotto connesso, la pandemia ha rappresentato un evento nefasto. A bloccare la supply chain, lo stop dei trasporti internazionali e in ricaduta l’indisponibilità di materie prime, come le frequenti cancellazioni di ordini da parte degli acquirenti professionali, a loro volta colpiti dal calo della domanda.

Durante il lockdown si è registrato un drastico calo di acquisti di capi d’abbigliamento: lo spiegano ampiamente la diffusa ansia per l’incerto clima economico e la sistematica rinuncia, da parte dei consumatori, a viaggi o periodi di vacanza, ma anche la frequente scelta di rimandare, in attesa di date più propizie, le cerimonie e gli eventi festivi, primi tra tutti i i matrimoni.

Sempre in tema di eventi, su scenario internazionale, le settimane della moda nelle principali città del mondo, da Milano a New York, da Parigi a Shangai, a Mosca hanno subito la cancellazione o la conversione al “formato” digitale. Prevedibilmente, ma sostanziosamente, ne è uscita ridimensionata la propensione all’acquisto dei buyer internazionali, con un danno che va a sommarsi a quello del perduto indotto di queste manifestazioni.

La profonda inquietudine che turba il settore Moda

Le logiche anacronistiche che ancora caratterizzano il comparto come la produzione stagionale di articoli, spesso anche in facility all’estero senza feedback anticipati da parte dei clienti non sono certo d’aiuto in presenza di fattori negativi come pandemie o epidemie regionali, disordini civili, terrorismo, attacchi informatici, disastri naturali.

Secondo le stime recentemente pubblicate da Forbes, nel comparto fashion la sovrapproduzione si attesta per ogni stagione attorno al 30-40%: un dispendio inaccettabile, oltre che per ragioni finanziarie, anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale e tanto più alla luce delle barriere commerciali e dei cambiamenti in atto nelle catene di fornitura e delle difficoltà economiche dei fornitori

E infatti, gli operatori più accorti stanno familiarizzando con dati e tecnologie analitiche e cognitive, personalizzando al massimo la customer experience, e “leggendo” nell’attuale incerto scenario la motivazione per un percorso strategico di rinnovamento. Va aggiunto che – a fronte della stagnazione dei mercati tradizionali – la domanda da parte di Asia, Russia e Brasile va crescendo tanto da far riadattare ogni proposta alle esigenze e alle preferenze dei nuovi acquirenti.

Nascono e si diffondono le tecnologie dedicate ai punti vendita e le nuove modalità di ingaggiare un cliente capace di utilizzare ogni canale a disposizione per acquisto e consegna, sempre più attivo e autonomo nella ricerca di informazioni, ma anche più volubile nei gusti, molto attratto sia dalle novità, sia dalla possibilità di personalizzazione di prodotti.

La trasformazione digital-first è una necessità

La ricerca della diversificazione, il bisogno di affrontare l’agenda della sostenibilità, le macro-evoluzioni del Fashion Retail chiedono a gran voce che si cominci a ragionare su nuovi modelli di business, a partire ad esempio dall’On Demand Manufacturing, che comporta anche una focalizzazione sulle economie e sulle facility produttive locali.

La paralisi che ha bloccato il settore durante la pandemia spinge a prendere in considerazione anche scelte estreme come spostare dal globale al locale produzione e warehousing: impossibile applicare questa modalità a tutto il comparto, ma è pur sempre un’opzione praticabile in alcuni mercati e per alcune produzioni.

Da non trascurare, infine, è il tema della sostenibilità, che reca in sé la domanda di abiti e confezioni su misura e di una più spiccata attenzione tanto alle tecniche di produzione “green”, eque ed etiche, sia a un concetto di durata nel tempo dei prodotti acquistati.

Vedere la supply chain come un ecosistema digitale

Per far partire la digital transformation del settore fashion retail non ha senso far leva sulle singole tecnologie, per quanto in crescita, ma piuttosto da un ripensamento delle supply chain, costituita da un insieme di ecosistemi, ai quali partecipano OEM, fornitori, contractor, trasportatori e via via tutti gli attori della filiera, fino ad arrivare ai clienti, business e consumer, tutti connessi attraverso piattaforme cloud.

La tradizionale visione lineare della filiera va abbandonata, a vantaggio di una realtà molto più articolata e integrata, un vero e proprio ecosistema digitale in cui diversi attori sono interconnessi e partecipano a una generazione di valore sostenibile per l’intera comunità e per i clienti finali.

”From sheep to shop”, l’imperativo è l’agilità

Il tempo, che fornisce vantaggi su tutte le dimensioni che contribuiscono al valore aggiunto economico, è un fattore critico di successo. Gestire correttamente il time to market, il time to serve e il time to react significa ridurre le mancate vendite per indisponibilità delle materie prime o del prodotto finito, ridimensionare la necessità di vendite promozionali o sconti per ridurre i livelli di invenduto e contrastare l’obsolescenza dei prodotti stessi.

Tra sistemi ERP, Digital Supply Chain Management, Advanced Analytics, Machine Learning, Artificial Intelligence, IOT, XRM & Customer Engagement su piattaforma Azure, il modello operativo può essere ridisegnato e digitalizzato, arrivando ad una supply chain agile connessa, caratterizzata da processi integrati, virtuale, demand driven.

Se si considera che nel comparto Moda il processo di progettazione, prototipazione, ingegnerizzazione e produzione richiede anche fino a 12 mesi – se non di più – prima che il prodotto sia venduto all’utente finale, non è strano dunque che imperativa per le nuove supply chain del settore sia l’agilità “from sheep to shop”, efficace tanto nel comprimere il fattore tempo quanto nel dare ampiezza al vantaggio competitivo.


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