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L’Italia digitale nel Desi 2020

Il livello di innovazione tecnologica (articolato nel livello di accesso a internet tramite banda larga e ultra larga; nel grado di competenze digitali; nel numero di attività svolte in via informatica e digitale) riferito nel Desi dev’essere letto correttamente per conoscere le potenzialità di sviluppo e di crescita economica di un Paese

Nel 2015 la Commissione europea creò uno strumento per monitorare la competitività digitale degli Stati membri. Si tratta dell’indice Desi (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società), il cui scopo è riferire come i singoli Paesi riescano a garantire ai propri cittadini livelli di benessere, spesso proprio nel rapporto con le istituzioni, superiori alla media.

Nell’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi 2020) della Commissione europea, top performer risultano i paesi nordici, Finlandia, Svezia e Danimarca, tutti e tre intorno ai 70 punti. Spagna (57,5) e Germania (56,1) ottengono un punteggio sopra la media europea, mentre la Francia (52,2) è in linea. Davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria, l’Italia è 25ma su 28 Stati membri dell’Ue, con un punteggio di 9 punti inferiore alla media Ue (43,6 vs 52,6).

Per invertire la tendenza e scalare posizioni, Niccolò Invidia, un parlamentare del Movimento 5 Stelle, ha promosso una mozione per cercare di integrare l’indice nel prossimo Documento di economia e finanza (Def).

La struttura dell’indice Desi

La relazione DESI, che rileva i progressi compiuti dagli Stati membri in termini di digitalizzazione, è strutturata in cinque capitoli:

  1. Connettività – Reti fisse a banda larga, reti mobili a banda larga e relativi prezzi;
  2. Capitale umano – Uso di Internet, competenze digitali di base e avanzate;
  3. Uso dei servizi Internet – Uso di contenuti, canali di comunicazione e transazioni online da parte dei cittadini;
  4. Integrazione delle tecnologie digitali – Digitalizzazione delle imprese e e-commerce;
  5. Servizi pubblici digitali – eGovernment e sanità digitale.

Le relazioni Desi (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) sono lo strumento mediante cui la Commissione Europea monitora la competitività digitale degli Stati membri dal 2015. L’insieme di relazioni si compone di profili nazionali e di capitoli tematici. Le relazioni nazionali Desi raccolgono prove quantitative derivanti dagli indicatori Desi sotto i cinque aspetti dell’indice, con approfondimenti specifici per Paese riguardanti le politiche e le migliori prassi. Un capitolo di approfondimento in materia di telecomunicazioni è allegato alla relazione di ciascuno Stato membro.

I capitoli tematici presentano un’analisi a livello europeo della connettività a banda larga, delle competenze digitali, dell’utilizzo di Internet, della digitalizzazione delle imprese, dei servizi pubblici digitali, del settore TIC e delle relative spese in R&S, nonché del ricorso ai finanziamenti di Orizzonte 2020 da parte degli Stati membri.

I dati italiani nel dettaglio

Nell’indice Desi, per la dimensione “Capitale umano”, che riguarda le competenze digitali, il punteggio molto basso porta l’Italia all’ultimo posto nell’Ue. Infatti, dai dati riferiti al 2019, solo il 42% delle persone (tra i 16 e i 74 anni) possiede almeno competenze digitali di base (58% in Ue, 70% Germania); la percentuale di specialisti ICT occupati è del 2,8% (3,9% in Ue e in Germania); solo l’1% dei laureati italiani è in possesso di una laurea in discipline ICT, il dato più basso nell’Ue (3,6% in Ue, 4,7% in Germania).

Al basso livello di competenze digitali si connette l’altrettanto basso “Uso dei servizi Internet”, dove l’Italia risulta al 26° posto, con enorme gap rispetto all’Ue: il 17% delle persone non ha mai utilizzato Internet (9% in Ue, 5% in Germania); solo il 48% utilizza servizi bancari online (66% in Ue e in Germania); lettura di notizie online, shopping online, vendita online sono attività particolarmente poco diffuse.

Nella dimensione “Connettività”, in linea con la media Ue, l’Italia è al 17° posto. Tra il 2018 e il 2019 la percentuale delle famiglie che ha accesso alla banda ultra larga è salita dal 9% al 13% (26% in Ue, 21% in Germania). In termini di preparazione al 5G, l’Italia è ben al di sopra della media (60% vs 20% in Ue e 67% in Germania).

Quanto all’“Integrazione delle tecnologie digitali”, connessa alla digitalizzazione nelle imprese, l’Italia è al 22° posto su 28 paesi, molto al di sotto la media Ue. Per le imprese italiane si registrano ritardi soprattutto nel commercio online: solo il 10% delle PMI italiane vende online (18% in Ue, 17% in Germania); il 6% effettua vendite transfrontaliere in altri Paesi dell’UE (8% in Ue, 10% in Germania); sul totale del fatturato delle PMI, solo l’8% è realizzato online (11% nell’UE, 10% in Germania).

Infine, per la dimensione “Servizi pubblici digitali”, l’Italia si colloca al 19° posto, al di sotto della media Ue. La bassa posizione è dovuta allo scarso livello di interazione online tra le autorità pubbliche e il pubblico in generale: solo il 32% degli utenti italiani online usufruisce attivamente dei servizi di e-government (67% in Ue, 49% in Germania).

Il Desi come strumento di soft power

È fuori di dubbio che il livello di innovazione tecnologica che si articola nel livello di accesso a internet tramite banda larga e ultra larga, nel grado di competenze digitali e nel numero di attività svolte in via informatica e digitale costituisce un indicatore molto affidabile per valutare le potenzialità di sviluppo e di crescita economica di un Paese, soprattutto durante la quarta rivoluzione industriale.

“Il Desi non è un indice perfetto. Premesso tuttavia l’elemento di arbitrarietà di ogni ranking, è palese che l’Italia sia in una grossa difficoltà dal punto di vista dell’innovazione nell’economia e nella società”, ha puntualizzato Invidia. “Questo strumento non vuole sostituirsi al Pil, o agli strumenti economici, ma vuole essere uno strumento di soft power. Se diventasse un benchmark adottato ufficialmente dallo Stato nella prossima Legge di Bilancio, avremmo uno strumento di pressione verso le istituzioni: potrebbe nascere una volontà politica, una voglia di migliorare e un’attenzione ai temi del digitale molto maggiore rispetto a quella attuale”.

Nel 2016 fu l’attuale Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Boccia a usare una mozione per introdurre l’indice Bes (Indice sul benessere equo e sostenibile), ora entrato a far parte del Bilancio dello Stato. L’obiettivo, per quanto concerne il Desi, è generare un allarme: “È necessaria una pressione”, ha sottolineato Invidia. “Se non c’è una misurazione, viene fuori la tendenza a procrastinare le cose. Con una misura accanto, si ha una voglia diversa di cambiare le cose. Non è nulla di ambizioso. È uno strumento comunicativo, simbolico e di pressione”.

“Abbiamo un gap immenso in ogni settore”, ha aggiunto. “Il settore dell’education è quello in cui occorre investire di più. Scontiamo un approccio troppo tradizionale”.

Non solo. A determinare la posizione dell’Italia nell’indice Desi, c’è l’apparato altamente burocratizzato che caratterizza il decision making del nostro Paese: complessità e lentezza dell’iter parlamentare si riverberano sulla società.

Il lavoro del dipartimento per la trasformazione digitale

Si sono, tuttavia, fatti alcuni passi in avanti: il dipartimento per la trasformazione digitale, struttura di supporto al Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione per la promozione e il coordinamento delle azioni del Governo finalizzate alla definizione di una strategia unitaria in materia di trasformazione digitale e di modernizzazione del Paese attraverso le tecnologie digitali, sta ottenendo notevoli risultati nell’ambito della Pubblica Amministrazione: “Sono la punta di diamante”, ha detto Invidia. “E ci sono delle ottime risposte anche dal Mise. Ho avuto particolare interesse per lo stanziamento di 500 milioni per il Fondo di Trasferimento Tecnologico nel decreto Rilancio”.

Lo slancio di Invidia per fare dell’Italia l’avamposto dell’innovazione digitale punta anche all’istituzione, in Parlamento, di una commissione parlamentare fissa dedicata all’innovazione, paragonabile alle commissioni che esistono per l’agricoltura, il bilancio, i trasporti e la finanza. “Finalmente avremmo dei parlamentari che si occupano solo di quello che si occupano sempre di questo tema. L’innovazione finirebbe di essere cenerentola, ma avrebbe un luogo fisso in cui poter vivere ed essere nobilitata”.

L’attenzione per la parte di innovazione e ammodernamento del Paese deve essere un dogma e ci sono parole anche per il Recovery Fund, “un treno che passa solo una volta nella vita di un Paese. Evidentemente deve avere come direzione una visione sulla quale non possiamo patteggiare. Sono diverse le realtà e i ministeri coinvolti, ognuno con i propri interessi: se decidiamo di puntare sull’innovazione dobbiamo essere severi, anche nell’assegnazione delle risorse”.

Il ruolo del digitale nella gestione della pandemia

Anche per quanto riguarda la Sanità il nostro Paese non è al passo con i tempi. “In Italia ci sono 200 aziende sanitarie. L’auspicio è che sulla base di linee guida dettate dal Ministero dell’Innovazione e da quello della Sanità possano creare un sistema nazionale di sanità digitale. Con un piccolo investimento, si può generare un risparmio per lo Stato e creare un nuovo settore dell’economia”. Queste le parole di Invidia, autore di un emendamento finalizzato alla individuazione, in ogni azienda sanitaria, della figura di un Chief Technology Officer per ogni azienda sanitaria.

In ambito sanitario, una menzione si rende necessaria per le criticità connesse a Covid-19, che richiedono una rilettura degli esiti del Desi 2020 alla luce dell’enorme domanda di infrastrutture e di servizi digitali registrata durante la pandemia e delle azioni immediate intraprese dagli Stati membri. Particolare attenzione va prestata a indicatori significativi per una trasformazione digitale e una ripresa economica più forte e resiliente, quali quelli relativi alle reti ad altissima capacità (VHCN) e il 5G, le competenze digitali, le tecnologie digitali avanzate per le imprese e i servizi pubblici digitali.

L’Italia ha adottato numerose iniziative in ambito digitale per far fronte alla crisi Covid-19. Il governo ha adottato un pacchetto di misure volte a rispondere all’aumento del consumo di servizi di comunicazione elettronica e di traffico di rete. Agli ospedali pubblici sono state fornite connessioni Wi-Fi gratuite. Il governo ha inoltre rivolto la propria attenzione alle scuole, promuovendo la diffusione di strumenti e piattaforme digitali, la fornitura di dispositivi agli studenti meno abbienti e l’accesso a connessioni ultraveloci e ai servizi connessi.


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