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Il ruolo fondamentale del Chief Innovation Officer per il manufacturing

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In ambito Industria 4.0, la tecnologia apre continuamente opportunità, e in particolare la produzione di hardware tecnologico rappresenta un continuo incentivo per il Chief Information Officer. Mentre ai vecchi dispositivi subentrano gli strumenti dell’Internet of Things (IoT), il professionista dell’innovazione è sempre più nelle condizioni di coltivare l’innovazione incrementale.

Chi è e cosa fa un CIO

Chi è lo Chief Innovation Officer? Conviene saperlo… poiché da uno studio di Sonar Italia, società di consulenza strategica e gestionale, emerge che le imprese in cui la figura del Chief Information Officer è attiva hanno registrato una consistente crescita rispetto alle organizzazioni in cui ancora non è presente.

I processi di Digital Transformation, attualmente in pieno svolgimento, e le connessa trasversalità della tecnologia nelle aziende fanno sì che l’attenzione sia sempre più puntata su ruoli come quelli del Direttore Informatico, o appunto, Chief Information Officer (CIO), il manager responsabile della funzione aziendale Information & Communication Technology (ICT).

Il “professionista dell’innovazione”, interprete del cambiamento tecnologico, portatore di idee innovative, responsabile, in una parola sola, del processo aziendale d’innovazione, appare sicuramente tra i protagonisti futuri negli scenari industriali – ma non solo, perché anche le aree metropolitane ne richiamano l’abilità di portavoce e progettista delle innovazioni sociali e ambientali.

Equivoci ed errori nel “mondo dell’innovazione”

Mentre c’è abbondanza di informazione, scarseggia la capacità di decodificarla, interpretarla e attribuirle un senso: e così, si ricorre ad abitudini datate per effettuare previsioni che poi risultano inattendibili. Un rischio da cui il Chief Information Officer sa mettere al riparo la sua organizzazione, utilizzando adeguate competenze e adeguati mezzi.

Due esempi dalla storia recente: nel 1980, si stimava circa 900 mila telefoni cellulari sarebbero stati in uso entro il 2000, ma a quella data il numero dei dispositivi attivi sfiorava il miliardo. Nel 2007, Apple introdusse l’iPhone. Gli esperti previdero un picco di mercato di 2,7 miliardi di telefoni cellulari. Nel 2017, i dati del Mobile World Congress attestarono il sorpasso delle sottoscrizioni alla telefonia mobile rispetto alla popolazione mondiale.

L’economia può essere paragonata a un’ecologia di credenze, principi e comportamenti in continua evoluzione, un sistema dinamico e complesso che non premia chi pensa troppo razionalmente, o chi persegue esclusivamente l’equilibrio. Anche per questo si comprende perché si stia diffondendo quella che il giornalista scientifico Tom Siegfried ha definito “febbre da fusione”: della convergenza, cioè, tra le scienze matematiche, fisiche e naturali e i saperi umanistici.

La vera ricchezza dell’innovazione risiede nelle molteplici diversità, al contrario dell’iper-specializzazione, recentemente messa in seria discussione. Il biologo di Harvard Edward. O. Wilson parla di “anti-disciplina” in riferimento alla relazione avversaria che spesso insorge dall’interazione tra differenti settori campi di studio, generando tensioni creative. Il direttore del Media Lab del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, fondato da Nicholas Negroponte, Joichi Ito, ha disegnato grandi spazi vuoti, cioè anti-disciplinari, per abbattere barriere che separano le discipline e di fatto ostacolano la soluzione di problemi sempre più complessi.

Stime alla mano, il CIO “conta”

Secondo i dati resi noti da Sonar Italia “le imprese dotatesi di un CIO sono cresciute del 12,4%, contro il 7,7% delle organizzazioni dove questa figura non è presente”. Si parla, dunque, di quelle organizzazioni che hanno individuato il professionista cui affidare la direzione strategica dei sistemi informativi aziendali, semplificando i processi interni e al contempo massimizzando la produttività attraverso l’implementazione di nuovi strumenti e sistemi automatizzati.

La priorità assoluta, per quanto riguarda le PMI industriali nel 2021, è investire sulle tecnologie digitali per tutelare la salute dei dipendenti sul luogo di lavoro (34% del campione), seguita dalla gestione digitale della mole documentale (30% delle PMI manifatturiere). A investire in tecnologie per digitalizzare e monitorare il processo produttivo, invece, è meno di un quarto del campione.

Il desiderio di costruire qualcosa che funzioni subito porta alcune aziende a concentrarsi sull’esplorazione pratica, ricorrendo agli esperti e ai test. Altre, reagendo energicamente alla concorrenza, sono obbligate a muoversi molto rapidamente, provvedendo a investire al più presto per guadagni a lungo termine.

Il Chief Information Officer guida l’evoluzione delle risorse informatiche e provvede ad adeguare le infrastrutture interne agli obiettivi aziendali. Nelle realtà in cui automazione e IoT prevalgono, non può certo limitarsi a supervisionare il funzionamento delle macchine, ma risulta determinante sul piano decisionale avendo piena voce in capitolo nella strategia dei processi aziendali organizzativi.

D’altra parte, molto di quello che un CIO, professionista dell’innovazione, riesce poi concretamente a fare circa il potenziamento della capacità innovativa aziendale e l’accelerazione degli investimenti in R&S e Innovazione, dipende dalla cultura dell’organizzazione in cui si trova a operare.

Quando concorrenti, clienti, startup, laboratori di ricerca gareggiano nel dare stimoli innovativi, il CIO deve combattere con l’incertezza data dalle troppe sollecitazioni, e con l’oggettiva difficoltà di definire nitidamente i problemi. Nella ricerca del percorso da intraprendere, spesso il freno è materialmente il tempo che serve per riordinare, decifrare e rendere usufruibili ingenti quantità di informazioni, non raramente in contrasto tra loro.

Come muoversi nell’ambito dell’innovazione “aperta”?

Ancora prima che la parola “innovazione” entrasse a far parte del linguaggio comune, la parola “diversificazione” apparteneva al linguaggio aziendale con la funzione di descrivere l’attitudine a introdursi in territori di business ancora inesplorati, avvalendosi di conoscenze e informazioni ricercate oltre le mura aziendali, e alimentate da opportune relazioni esterne.

L’apertura mentale spinge a divulgare anziché a tenere per sé le proprie idee. Se si parte dal presupposto che nessuno possiede conoscenza illimitata, si comincia a vedere il vantaggio di condividere idee, pensieri e progetti. Nello scenario dell’Industria 4.0, a dispositivi ormai obsoleti subentrano ogni giorno gli strumenti dell’Internet of Things e diventa imprescindibile per un’azienda accogliere in organico chi sa interpretare i dati raccolti dalle macchine intelligenti.

Con l’intento di mettere a punto strategie risultanti dalla sinergia di competenze di marketing e di IT, il Chief Information Officer interagisce con il Chief Marketing Officer (CMO), dando vita a un processo cross-funzionale, premessa di un utilizzo sempre più frequente e sempre più mirato della tecnologia nei processi di MarTech e di innovazione.

La vecchia visione gerarchica dei rapporti professionali si modifica, per somigliar, più che a una piramide, a un cerchio, in cui è ragionevole premiare il contributo di tutti e in cui la relazione umana non è oscurata o inibita da quella “di lavoro”. In questa prospettiva, che individua il CIO come cuore decisionale di un team pervaso dalla stessa filosofia e abituato a condividere gli stessi valori, l’interesse generato dalla divulgazione e la ricchezza degli scambi interpersonali sono vantaggi che superano abbondantemente i costi da sostenere.

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