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La ripartenza dell’industria pesante (grazie ai dati)

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L’uso strategico dei dati è sicuramente un driver per far ripartire l’industria pesante. Mai come in questo momento investire in tecnologia e digitalizzazione non basta. Servono infatti figure capaci di “collaborare” con le macchine e con gli algoritmi, allo scopo di poter elaborare e valorizzare le informazioni disponibili

A causa della pandemia da Covid-19 una buona parte dei progetti di digitalizzazione messi in campo (da quelli delle infrastrutture pubbliche e delle telecomunicazioni fino a quelli promossi dalle aziende operanti nell’industria pesante) ha subito dei rallentamenti. A fronte degli ingenti investimenti per l’adozione di tecnologie innovative, infatti, solo in un caso su tre vengono raggiunti gli obiettivi prefissati.

Il motivo? Una delle cause principali è da ascrivere alla mancanza di una cultura aziendale focalizzata sui dati e sul loro uso strategico. Limitarsi alla condivisione dei dati non basta infatti per dare slancio e consistenza alla ripresa dei grandi progetti. L’obiettivo cui bisognerebbe ambire è la trasformazione dei dati in informazioni strategiche a supporto delle iniziative di business e delle decisioni aziendali. Ma quali sono le linee guida per far sì che la digitalizzazione vada di pari passo con un utilizzo efficace dei dati?

Strutturare i dati per comunicare meglio con gli algoritmi

Un utilizzo strutturato dei dati è possibile, ma deve essere condotto da alte figure dirigenziali come, per esempio, il CEO o i C-level. Insomma, un ambiente operativo capace concretamente di sfruttare il potenziale del processo di digitalizzazione è realizzabile grazie al coinvolgimento di un management di alto livello.

I cosiddetti Epc (Engineering, Procurement & Construction) Contractor sono la chiave di volta per creare e diffondere quella che potremmo definire una cultura data-centrica. Appare evidente che uno degli aspetti fondamentali sono le competenze, la risorsa numero uno che le aziende hanno per quanto concerne la formazione dei dipendenti in merito all’utilizzo dei dati, all’adozione e all’impiego di infrastrutture digitali e alla conformità normativa. Le performance più soddisfacenti derivano non per niente dagli operatori che hanno saputo fornire la necessaria specializzazione per trasferire le abilità richieste alla forza lavoro operativa sul campo.

Le direttive per sviluppare la “cultura dei dati”

Una maggiore dimestichezza nell’utilizzo degli strumenti digitali passa innanzitutto dalla consapevolezza che i dati rappresentano un asset strategico per il business. Non solo, perchè un’azienda può definirsi ‘data driven’ se vede i dati come un volano a cui fa riferimento ogni aspetto dell’organizzazione. Dal marketing alle vendite, dalla supply chain alla logistica, dal reparto finanziario alle risorse umane.

Dando per assodata la centralità della “cultura del dato”, è essenziale capire in che modo il top management può contribuire a crearla e diffonderla. È indubbio infatti che spetta a chi è alla guida di un’azienda (e non ci riferisce solo all’industria pesante) il compito di farsi carico di questo cambiamento. Come? Lavorando affinchè tutti i livelli operativi comprendano e condividano la necessità di adottare un approccio al processo decisionale basato sulle informazioni. E questo risulta particolarmente vero in momenti di crisi e incertezza come quello che stiamo vivendo. La pandemia, infatti, ha reso ancora più marcato il gap tra le aziende pronte a rivedere velocemente il proprio business alla luce di un approccio ‘data driven’ e quelle che non lo sono.

Certo, come tutti i cambiamenti anche questo comporta una serie di difficoltà e ostacoli. Primo fra tutti il ripensamento complessivo delle competenze esistenti, ma anche l’applicazione di modelli “phigital” alla formazione continua piuttosto che la creazione di vere e proprie “scuole di ruolo” per affiancare nella trasformazione quelle categorie di professionisti destinate a scomparire a breve a causa dell’avanzare dell’automazione di attività a basso valore aggiunto.

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