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La sostenibilità chiama, il Retail risponde

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Nello sforzo di implementare le strategie di sviluppo sostenibile, è imprescindibile per ogni settore, Retail incluso, fare riferimento ai 17 Sustainable Development Goals che con 169 sotto-obiettivi associati costituiscono il nucleo vitale dell’Agenda 2030, in una prospettiva di sostenibilità che interessa la dimensione economica, non meno di quella sociale ed ecologica

Secondo un recente studio di Bain, la sostenibilità è un tema strategico per il business e comporta la necessità di confrontarsi, in ogni settore, con tematiche trasversali, verso la concezione di attuare progetti e processi atti al miglioramento dell’impatto ambientale e sociale, offrendo soluzioni pratiche, immediatamente accessibili alla clientela.

Considerando che si stima per la popolazione mondiale una crescita fino ai 10 miliardi di persone entro fine secolo e che il Pianeta è già stato sfruttato oltre le sue capacità di utilizzo, il cambiamento necessario per evitare una catastrofe climatica è urgente, e l’urgenza impone alle aziende la continua ricerca di strategie capaci di generare valore per sé e per il mondo circostante.

Impellenti questioni ambientali, sociali e di governance si presentano anche al mondo Retail, l’industria che ha tutti i requisiti per imporsi come una delle più dirompenti, in grado di fare la differenza nel prossimo futuro, grazie a flessibilità, funzionalità, adattabilità, scalabilità e modularità di prodotti e soluzioni.

Alla base, il concetto di sviluppo sostenibile

L’acronimo-chiave della trasformazione legata alla sostenibilità è apparso nel 2005, ESG: Environmental, Social, e Governance sono i tre fattori essenziali per verificare, misurare e sostenere l’impegno in termini di sostenibilità di una impresa o di una organizzazione, con le connesse opportunità e naturalmente i rischi.

Alla lettera “E” sono da ricondurre i criteri ambientali; alla “S” quelli relativi all’impatto sociale (l’impatto e relazione con il territorio, con le persone, con i dipendenti, i fornitori, i clienti…), alla “G” infine i temi più prettamente etici, come le logiche legate alla retribuzione dei dirigenti, il rispetto dei diritti degli azionisti, la trasparenza delle decisioni e delle scelte aziendali, il rispetto delle minoranze.

Concretizzati in indicazioni cui devono ispirarsi le operations, i criteri ESG, condivisi nella comunità delle imprese e delle organizzazioni più attente ai temi della sostenibilità ambientale, sociale e alle buone pratiche di gestione di un’azienda, permettono di misurare in modo oggettivo e sulla base di parametri standardizzati e condivisi le performance ambientali, sociali e di governance.

Sui criteri ESG, certo non  “nuovi” in assoluto, si è recentemente concentrato il mondo della finanza, visto che le aziende con le migliori valutazioni ESG ottengono migliori performance e appaiono più resilienti nelle emergenze o nelle crisi. I criteri ESG si sono inoltre fatti apprezzare nella gestione di diverse forme di investimento ispirate a criteri di responsabilità sociale e ambientale.​

La sostenibilità ha un costo che si ripaga

Per essere sostenibili e sopravvivere, le imprese dovrebbero riconsiderare l’attuale sistema lineare e trasformarlo,  attraverso l’innovazione e la collaborazione, in un sistema circolare. Così hanno fatto alcune realtà, mitigando i rischi ambientali e sociali, attraverso iniziative quali la  maggiore tracciabilità della catena di approvvigionamento e delle materie prime e migliori relazioni con i fornitori.

Negli ultimi anni, da argomento di comunicazione e marketing, la sostenibilità è diventata una tematica di compliance e reportistica, con la conseguenza che diverse aziende hanno scelto un ruolo attivo, interagendo sempre più con l’ecosistema di riferimento e supportando il raggiungimento dei Sustainable Development Goals.

È fuori di dubbio che un’integrazione end-to-end della sostenibilità all’interno del business richiede investimenti importanti in termini di costi, tempo ed effort organizzativi, ma le aziende che hanno optato per le strategie ESG hanno sovraperformato i competitor, accedendo in maniera più snella ai capitali, specie nel caso di finanziamenti europei e sostegni alle imprese.

Sì alle tecnologia, se spinge la sostenibilità

Nella trasformazione sostenibile delle aziende e delle loro performance, la “strategia congiunta Sostenibilità + Digitale” rende possibile il decoupling di produzione e crescita del business rispetto all’utilizzo delle risorse naturali. Applicata alla sostenibilità, la tecnologia funge da acceleratore e abilita una coerenza strategica ed operativa sulle più diverse dimensioni di business in ottica multi-stakeholder, siano essi clienti, fornitori (e supply chains), dipendenti o investitori.

Attraverso le tecnologie digitali, le aziende Retail possono trasformare le catene del valore in chiave sostenibile: con i digital twin, ad esempio, si simulano gli scenari di sviluppo dei prodotti, con feature di sostenibilità e l’efficientamento dell’uso delle risorse in fase di design e progettazione. Con altre soluzioni, legate alle piattaforme Cloud e ai sistemi di Green ERP, si monitorano le performance. Le tecnologie blockchain, infine, assicurano trasparenza e tracciabilità della catena di fornitura attraverso metriche trasparenti e universali.

Adottare tanto il digitale quanto le pratiche sostenibili, significa innalzare sensibilmente le probabilità di riprendersi in fretta dalla crisi del Covid-19. Chi riesce a coniugare gli aspetti di sostenibilità nel business in ottica end-to-end, genera maggiori ricavi e tende a consolidare il vantaggio competitivo reinvestendo in innovazione e tech.

Obiettivi e strategie in campo

Almeno due componenti motivano il Retail alla trasformazione ESG: i produttori di marca, da un lato, per la maggior parte dei quali la sostenibilità è già al centro dell’agenda strategica dei prossimi anni; dall’altro i consumatori, soprattutto le nuove generazioni, destinati a influenzare i modelli futuri con nuovi modelli d’acquisto e aspettative connesse.

Tesco, Carrefour, Metro, Walmart, Coles, Ahold Delhaize hanno già messo in pista piani di cambiamento e alcuni di loro cominciano a verificarne i frutti ma ancora siamo agli inizi. Dalla ricerca di Bain emerge però che – presi in esame di dati dichiarati – se l’80% ha strategie definite, soltanto il 30% è “on track” rispetto agli obiettivi.

Va detto che si tratta di obiettivi ambiziosi, da coronare con una misurazione e, per questo, c’è bisogno di una certificazione. Servono nuove competenze  per affrontare le tematiche emergenti e stendere piani strategici adeguati di ESG. Parecchie le adesioni a iniziative internazionali, come SBTi per emissioni e Ellen MacArthur per Circular Economy e Plastiche.

Più impegno per più risultati: le 3 direttrici di Bain

Una certa difficoltà, nell’approcciare al meglio tematiche cruciali di sostenibilità in modo da raggiungere al meglio i target prefissati, permane. Il gap di competenze, una problematica che coinvolge molti settori industriali determina una carenza di piani strategici integrati e coerenti con i temi e obiettivi ESG.

Sono state individuate, nel tempo, alcune opportunità di sviluppo verso un modello di business sostenibile, ma si è ancora alla fase embrionale, o a risultati che rappresentano soltanto una piccola parte dei ricavi complessivi. Se un ottimo spunto è dato dall’integrazione dei principi dell’eco-design, o l’incremento dell’utilizzo di materiale riciclato, pesano, invece, i rischi sociali, ambientali e di governance.

Occorre rivedere il rapporto con le risorse, promuovendo una nuova lettura dei bisogni e nuove risposte. Ecco l’utilità di modelli innovativi come la circular economy, come appunto la servitizzazione, come la remotizzazione e lo smart working, come la dematerializzazione dei servizi e dei processi produttivi.

A rinforzo di tutto questo, c’è bisogno, suggerisce Bain, di “una politica ESG ambiziosa per poter avere ritorni sugli investimenti sufficienti a ripagare lo sforzo ma non solo: è necessario che sia strutturata, evitando i tatticismi e avendo in mente un piano di sviluppo con priorità ben chiare e raggiungibili nei tempi prefissati”.

Sono tre le grandi “direttrici” individuate per il successo:

  1. Miglioramento della performance: identificate le aree ad alta rilevanza per lo specifico settore d’appartenenza, valutati i costi aziendali/volumi di base su ogni punto, si passa a misurare le prestazioni dell’azienda su aree di grande rilevanza rispetto ai benchmark del settore e a fissare gli obiettivi. A questo punto, si identifica la pipeline di iniziative per raggiungerli: le dimensioni economiche, la generazione di valore complessivo e impatto sui profitti.
  2. Commercializzazione ESG: si valutano le esigenze ESG dei clienti, si identificano le tendenze emergenti e le applicazioni promettenti nei mercati finali rilevanti, controllando al contempo il posizionamento dei concorrenti, il marketing e la fattibilità operativa. Margini e volumi attesi vanno dimensionati in relazione al CapEx tecnico richiesto. E infine si mette in pista la roadmap di “commercializzazione” ESG.
  3. Modello operativo ESG: dovranno essere a disposizione policy ESG complete, con reporting adeguati e standard fissati. Con la ESG incorporata nel modello operativo, bisogna provvedersi di strumenti atti al monitoraggio delle prestazioni. Per la riuscita dell’operazione, è molto importante curare una comunicazione efficace degli obiettivi ESG a investitori e stakeholder.

Addio nicchia, la sostenibilità è ormai mainstream

Quando la Commissione europea ha annunciato di voler promuovere attivamente le imprese sostenibili attraverso il Green Deal, e in previsione di un cambiamento di amministrazione negli Stati Uniti, si è verificata un’impennata della domanda di prodotti tematici che affrontano il cambiamento climatico attraverso soluzioni innovative nel settore dell’energia pulita, delle infrastrutture e dei trasporti.

Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, nuove modalità per certificare e fornire garanzie sull’effettivo impegno e sui risultati effettivamente raggiunti in termini di sostenibilità, hanno aiutato molte imprese ad acquisire un vantaggio competitivo espresso anche in termini di etica, e in questi termini apprezzato da un numero crescente di consumatori.

In un anno caratterizzato da molte sfide, sul piano sociale come su quello economico, i fondi sostenibili hanno sovraperformato. Questo si spiega perché i fondi sostenibili hanno una minore esposizione ai “tradizionali” settori ad alta intensità di capitale come l’energia, e una maggiore esposizione alla tecnologia, alla sanità e ai comparti più innovativi che hanno beneficiato dei lockdown indotti dal Covid-19.

Che l’integrazione ESG sia diventata mainstream è dato di fatto: è vero che i temi della trasformazione ambientale e sociale sono da tempo al centro dell’attenzione di tante imprese e tante organizzazioni, ma è definitivamente tramontata la fase in cui l’impatto ambientale e sociale o l’impegno etico delle imprese restava confinato in una nicchia.

Nuovi sistemi di monitoraggio e parametrizzazione per garantire i consumatori nelle loro scelte e – in ragione della diffusione di questa tendenza – garantire gli investitori nelle loro decisioni di investimento. Sembra di poter escludere, infatti, qualsiasi rischio di perdita di performance associata ai fondi sostenibili.

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